San Giovanni decollato

[Totò] [Totò e Liliana de Curtis]

[Totò,Titina De Filippo e Franco Coop] [Totò e Titina De Filippo]

[Totò] [Totò]

[Totò] [Totò]

[Totò] [Totò e Titina De Filippo]

[Totò] [Totò]

[Totò e Titina De Filippo] [Totò e Liliana de Curtis]

[Totò] [Totò]

Videoclip titoli di testa

Giornali d'epoca:
Tempo del 14 novembre 1940

Regia : Amleto Palermi
Soggetto : da "San Giovanni decullatu" di Nino Martoglio
Sceneggiatura : A. Palermi, Cesare Zavattini, Aldo Vergano
Arredamento : Mario Rappini
Fotografia : Fernando Risi
Scenografia : Piero Filippone, Vittorio Valentini
Musica : Alessandro Derewitsky
Canzoni : Cesare A. Bixio, Armando Fragna
Montaggio : Duilio A. Lucarelli
Aiuto regia : Giorgio Bianchi
Direttore produzione : Giuseppe Sylos
Produzione : Liborio Capitani per Produzione Capitani
Durata: 85 minuti



Interpreti e personaggi:
Totò ( Mastr'Agostino Miciacio )
Titina De Filippo( Concetta, la moglie )
Silvana Jachino( Serafina, la figlia)
Franco Coop( don Raffaele il barbiere)
Osvaldo Genazzani( Giorgio il fidanzato di Serafina)
Bella Starace Sainati( nonna Provvidenza)
Eduardo Passarelli( Orazio, il lampionario)
Augusto Di Giovanni( don Peppino Esposito)
Mario Siletti( l'amministratore)
Giacomo Almirante( il pretore)
Edmondo Starace(il cancelliere)
Oreste Bilancia( testimone al processo)
Peppino Villani( inquilino del vaglia)
Peppino Spadaro( mastro Vincenzo, il calzolaio)
Grazia Spadaro( Rosalia)
Dina Romano( donna Filomena)
Liliana de Curtis(la bambina)
Maso Marcellini(Benedetto)
Renato Chiantoni(l'avvocato difensore)
Emilio Petacci(il pubblico ministero)
Gorella Gori(testimone)
Raffaele Balsamo(inquilino)
Vincenzo Fummo(inquilino)

Altri interpreti :
Mario Ersanilli, Milla Papi

        

        

        

        

Soggetto

Agostino e' devotissimo del quadro del Battista situato nel cortile del palazzo di cui e' portiere. Una notte riesce a strappare un bottone dal panciotto di un uomo che ruba l'olio della lampada votiva. Il guappo Peppino vuole imporgli come genero Orazio,ma Serafina figlia di Agostino ama Giorgio che una volta laureatosi fugge con lei dai nonni in Sicilia per sposarla.Qui per assistere alle nozze giunge anche Agostino che porta con se' il quadro del Battista,all'improvviso appare il guappo Peppino che viene messo in fuga da Agostino dopo aver scoperto che il bottone manca proprio dal panciotto del guappo.

Critica e curiosità

Liborio Capitani, produttore del film, inizialmente pensa di far dirigere il film a Gero Zambuto ma vista le'ta' ormai avanzata del regista opta per Cesare Zavattini e al rifiuto di quest'ultimo si decide per Amleto Palermi.Del cast fanno parte anche Oreste Bilancia, il primo dei testimoni nel processo contro mastr'Agostino, Peppino Villani, nome conosciutissimo del cafè chantant napoletano, e una piccola bambina di 7 anni che si reca da Miciacio/Totò per ritirare le scarpe della madre, si tratta di Liliana la figlia di Totò nell'unica apparizione cinematografica della sua vita con il padre. Totò si e' sempre opposto a che sua figlia faccia parte del dorato mondo del cinema ma stavolta convinto da Capitani da il suo consenso.La piccola Liliana per questa parte nel film riceve come compenso una bambola. Il lancio dei piatti nel finale e' un'idea di Totò la sceneggiatura prevedeva infatti che Totò rompesse un solo piatto sul capo del guappo don Peppino, furono ordinati circa 1000 piatti e nelle prove tutti, non solo gli attori, si divertirono, forse un po' troppo, a lanciarli gli uni contro gli altri. Alla fine si contarono tre feriti Totò, Di Giovanni(il guappo) e Titina De Filippo che ferita sotto un'occhio si rifiuta di girare la scena, accetta solo dopo aver avuto assicurazioni sulle "qualità" dei lanciatori.

Scriveva un [Anonimo], Corriere dello Sera, Milano, 19-20 dicembre 1940:
«[...J Nella terza tappa cinematografica Totò mostra di avere più esperienza e sicurezza, senza dubbio perché l'affiatamento con Palermi è riuscito; già la sua maschera ha una consistenza, sullo schermo, ed un rilievo. Se gli riuscirà di sottrarsi all'atmosfera paradossale, da giornale umoristico, che tuttora sembra gli sia cara, e accentuerà la tendenza, ora in erba, a divenire un tipo, vero e umano, Totò avrà portato utilmente a termine uno studio e un'elaborazione di cui già si vedono i primi buoni risultati [...]. Il centro vero del film è [...] il cortile; i cori, le urla, le scenate da cortile sono la sua voce più fedele. Tuttavia, non è la prima parte, quella in cui egli vive, da ciabattino-portiere, nel centro della corte, il saggio migliore di Totò. Quando, nella seconda, definisce con nettezza la figura di Agostino, un poveraccio tra pavido e borioso, tra scroccone e vanesio, la risata è più spontanea e frequente[. . . ]».

E ancora B.Y., Tempo, IV, 83, Milano, 26 dicembre 1940:
«[...] Totò è un grande comico, vero erede di quella tradizione della commedia dell'arte, che la morte di Petrolini pareva avesse dovuto estinguere. Un poco ricorda infatti Petrolini - la asimmetria del volto, il naso e il mento sproporzionati, la bocca grande e arricciata - ma ancora non si è umanizzato come il maestro. Certo la sua comicità non il risultato di una astrazione marionettistica dalla vicenda, per mezzo d'una maschera "di bronzo" come quella di Macario (o di Buster Keaton) ma nasce invece da una reazione umoristica e occasionale la situazione e da un portamento clownesco e lazzarone, che lo individua immediatamente. [...] In fondo,Totò è alle sue prime armi, nel cinema, ma è un'ottima recluta; sarebbe bastata una regia più accurata, una fotografia più inventiva e un ritmo meno descrittivo e più attivo per fare con questa pellicola dell'ottimo cinema. Le trovate sono generalmente buone: soprattutto nella seconda parte indichiamo quella del piatto su cui Totò depone la testa per farsela tagliare e quella del canto muto: ma la pellicola, che risente per quello che ha di meglio, della collaborazione di Zavattini alla sceneggiatura, non ne è tuttavia completamente sottoposta al suo controllo, come avremmo desiderato, per godere della collaborazione sua, della sua vena comica, con quella di Totò, italianissima maschera».

Osvaldo Scaccia, Film, IV, 3, Roma, 18 gennaio 1941:
«[...] Sono dieci anni che il pubblico ride in teatro per le "bazzecole, quisquiglie e pinzellacchere" di Totò. Era necessario portarle anche nel cinema? Era necessario condire il San Giovanni con le stesse spezie e gli stessi aromi un po' svaniti di un gusto artistico un po' dubbio con cui Totò da anni condisce le sue macchiette tipicamente dialettali? Io penso di no. E penso di no, perché, anche dopo aver visto il San Giovanni, resto dell'opinione che dei nostri attori comici Totò è ancora il più cinematografico, quello capace, per le sue doti più che artistiche naturali, per quella sua maschera così grottescamente e comicamente fotogenica, per quel muoversi così strambo e originale, di dare al nostro cinema un "tipo" comico nuovo e francamente divertente. Chi deve scoprire questo "tipo"? Totò o il regista? Io penso: il regista. Totò e troppo legato ancora al varietà, e più che al varietà, al successo che ottiene in varietà per dimenticare se stesso e tentare di dare alla luce un nuovo Totò, un Totò cinematografico, un Totò di una comicità meno dialettale ma più elaborata e consistente. [...] Del San Giovanni decollato di Martoglio è rimasto, in questa riduzione, solo il titolo. Gli sceneggiatori hanno saputo trasformarlo in modo completo e, direi, quasi devastatorio. Una specie di farsa che non fa ridere, senza la più piccola trovata, senza - ad eccezione di quelle di Totò già note da un ventennio - la più economica battuta [.. .]».